Corsi di Yoga
Il primo passo per essere felice parte da te
REGOLE PER UNA BUONA PRATICA
Intervista al Maestro Cesare Matarese
• Puoi dare una definizione di Yoga per un principiante?
Non è semplice, perché la comprensione dello yoga parte dal riconoscimento di un disagio. Non perché lo yoga sia una scienza negativa, tutt’altro, siccome risponde a domande che sorgono normalmente quando arriva il disagio, finché noi viviamo la nostra vita materiale, ordinaria, e tutto sembra andare liscio, non abbiamo bisogno delle risposte profonde, che lo yoga da per risolvere il disagio esistenziale.
Certamente lo yoga, come tutta la filosofia indiana e la filosofia in genere, parte dal presupposto di Dukham, cioè dolore esistenziale. Finché noi non abbiamo la cognizione del dolore, non capiamo neanche a cosa possa servire lo yoga, a meno che non se ne faccia un uso molto fisico, molto corporeo. Fondamentalmente lo yoga da una risposta che non ha una domanda alla base.
• Quali sono i punti di forza dello yoga che hanno fatto si che rimanesse tale nei millenni?
I suoi punti di forza sono tantissimi. Il primo sicuramente è di essere stato formulato da uomini di tempi antichi che avevano una mente luminosa, lucida, i Rishi, in un’epoca in cui la mente dell’uomo non era ancora offuscata dall’invecchiamento dei tempi. Da questa caratteristica se ne sono create poi altre, perché lo yoga si dispiega in un sistema vastissimo che ancora oggi è poco conosciuto. Se domandiamo ad una persona qualsiasi cosa pensa sia lo yoga, quasi sicuramente risponderà “delle posizioni”. Al limite qualcuno potrà arrivare ad annoverarvi tecniche di respiro, meditazione. In realtà lo yoga risponde a tutto: dalla salute, al benessere psicologico, a tutta una serie di esigenze particolari ed è applicabile ad ogni aspetto della vita.
• A chi è consigliabile la pratica dello yoga?
Si può veramente consigliare a tutti, compresi: bambini, malati, gestanti. Lo yoga è una sorta di sistema educativo che previene, tampona tutte le possibili deviazioni, sia della parte fisica (muscolo-scheletrica-fisiologica) che della parte psicologia.
E’ chiaro che in situazioni di patologia molto avanzate, sia psichiche che fisiche, lo yoga può essere preceduto da terapie semplici, anche se in realtà lo yoga potrebbe svolgere anche questa fase preliminare. Tuttavia, data la difficoltà dell’occidente a comprendere lo yoga, è più facile rivolgersi ad uno psicologo.
• Quali sono i benefici dello yoga a breve e a lungo temine?
C’è una frase “Yogam uchate samatman”, che significa che lo yoga è equilibrio. Quindi nel breve periodo i benefici sono quelli di ricondurre ad una condizione di equilibrio. Questo non vuol dire necessariamente un equilibrio in senso lato, ma l’equilibrio della nostra costituzione, dei nostri elementi, dei nostri “dosha” se vogliamo usare termini ayurvedici.
A sua volta non è detto che rappresenti l’equilibrio nella sua accezione più ampia, però certamente è un primo passo per bloccare il processo di degrado che avviene dentro e intorno a noi e si manifesta in disturbi fisici, difficoltà di rapporti, cattive abitudini ecc. Questo è un primo passo dello yoga che viene chiamato “Samyana yoga” cioè yoga collettivo.
Il passo successivo è chiamato “Guru yoga” che è lo yoga individuale, il quale non si accontenta più di agire sul degrado di una condizione di base, ma cerca di migliorare tale condizione verso la maturità.
Nello Jnana yoga si dice che gli uomini sono dei bambini e lo si vede anche nel comportamento di tutti i giorni; lo yoga si propone di maturare veramente l’essere umano.
• Come si concilia lo yoga con la vita moderna?
Per rispondere devo rifarmi al uno psicologo che è Assagioli, il quale si è occupato a fondo di questa disciplina e può essere giustamente considerato un riferimento in questo ambito. Assagioli afferma che per migliore noi stessi, il 50% del lavoro possiamo affidarlo allo yoga, l’altro 50% si svolge semplificando la nostra vita. Quindi, in parte lo yoga ci aiuta a sostenere certi ritmi, certi squilibri, certi conflitti della vita moderna, ma sarebbe una pena dantesca quella di passare tutta la vita a tamponare queste follie. Una volta che abbiamo imparato a reagire a situazioni negative bisogna anche imparare a ridurle. Anche perché lo yoga viene scandito dalle età della vita, in gioventù è ideale lo Hatha yoga, pratiche energetiche e dinamiche, ma poi l’uomo cambia e lo yoga si adatta alle necessità. Da un certo punto di vista è sbagliato usare lo yoga per vivacizzare la concentrazione, l’energia interiore ed acquisire un controllo su noi stessi, perché questo ci incatena nell’ottica di rimanere nella condizione di squilibrio in cui siamo, tentando con sforzi quotidiani di contrastarla.
Lo yoga deve avvicinarci alla spiritualità, deve elevarci oltre l’illusione e la materia, non aiutarci a controllarle e sfruttarle a nostro piacimento
• Quindi per un vita yogica quali sono le cose essenziali da fare?
Principalmente i tre elementi cardine sono: la Sadhana (la pratica quotidiana), il maestro e il mantra. Traducendoli nel concreto significa che dobbiamo dedicare una piccola parte del nostro tempo, a volte bastano 10-15 minuti, alla parte fisica e meditativa. Questo si basa sul contatto con un maestro: lo yoga non si fa con i manuali. Non si fa da soli, ci suole un riferimento esterno.
Il mantra indica un lavoro di raffinazione dell’energia.
• Qual è la percezione di Dio nello yoga?
Dipende molto dai tipi di yoga e da quale sia la nostra struttura. E’ chiaro che alcuni di noi hanno bisogno di un concetto che la mente possa afferrare al quale rivolgersi. Nella tradizione indiana il divino viene letto in due modi: Brahman Vilgiria senza attributi e Brahman Sagiria, cioè con attribuiti. Alcune menti hanno bisogno di vedere il divino manifestato in qualcosa, sia questo un’immagine, un mantra, un maestro; altri proiettano il divino in principi assoluti, come l’Amore, la Fraternità, l’infinito ecc. Altri ancora non hanno bisogno né dell’uno né dell’altro.
Questo è il percorso Advaita, cioè Brahaman non duale.
Lo yoga è un sistema direzionato in modo inequivocabile verso Dio. Il detto tantrico, secondo il quale il corpo è un tempio, spiega tutto: al nostro interno c’è il Divino e lo yoga ci avvicina ad Esso.
• Che cos’è l’energia?
In termini molto semplicistici l’energia è “prana“ cioè respiro. Più in generale l’energia è una forma di materia sottile, molto più raffinata rispetto alla materia grossolana. Detto questo vanno chiarite alcune cose, ad esempio che l’energia pur essendo materia, non ne risponde alle leggi che invece agiscono sulla materia grossolana. La materia si deteriora, invece l’energia no.
• La differenza tra Shiva e Vishnu?
Per rispondere a questa domanda bisogna introdurre la Trimurti. Prima abbiamo parlato di Brahman. Brahman è il Divino Assoluto. Quando si manifesta, acquisendo delle qualità, queste si differenziano facendogli assumere varie forme. Le prime tre forme in cui si differenzia costituiscono la Trimurti: Brahma, Vishnu e Shiva. Essi rappresentano: la creazione, il mantenimento e la trasformazione. Questi tre processi sono assimilabili anche ai vari livelli di coscienza, ad esempio: Vishnu rappresenta il livello di “status quo” in cui la mente umana si adopera per il benessere, l’equilibrio, il mantenimento appunto di se e della società. Il livello di Shiva si manifesta quando la coscienza realizza che non è a questo che è chiamata, ma al raggiungimento di più alti orizzonti. Si arriva quindi al cambiamento, alla sopracitata trasformazione.
• La via migliore per l’illuminazione?
Non c’è una via, ognuno ha il suo sentiero. L’illuminazione è comunque il destino di tutti, perché l’uomo deve necessariamente tornare a Dio e per farlo deve illuminarsi. Lo Yoga ha preso questo obiettivo come centrale, cosa che non è sempre vera in altre tradizioni o religioni, al massimo queste si propongono il raggiungimento della felicità che comunque prevede un’esistenza materiale.
• La via migliore per il distacco?
Il distacco si comincia a costruire già nelle forme elementari di yoga. Anche lo stesso Hatha Yoga aiuta in questo senso. L’attaccamento, essendo uno squilibrio energetico, può essere regimato con un lavoro fisico, un lavoro sul respiro e sulla concentrazione per raggiungere una calma interiore e di conseguenza un equilibrio.
Quando si parla di distacco o non attaccamento comunque si entra nell’ambito dello yoga sapienziale, come lo Jnana, perché tramite la conoscenza si attiva la rinuncia all’attaccamento. L’esperienza detto Jnana Yoga non si basa sulla cogitazione, ma sul raggiungimento di uno stato di certezza.
Tutto l’essere dev’essere coinvolto in questo percorso, non solo la mente.
• In cosa consistono attrazione e repulsione?
Sono come una coppia di vettori, in cui uno va da una parte, l’altro dalla parte opposta, ma queste due forze ne creano una terza che è la rotazione, che rappresenta l’attaccamento alla vita. Non esiste energia senza movimento e attrazione e repulsione creano questo movimento che a sua volta crea energia e vitalità.
Il problema è che ne siamo schiavi. Per arrivare al centro del nostro essere dal quale ci siamo allontanati proprio a causa di questa rotazione centrifuga, dobbiamo ridurre progressivamente e tornare alla calma. Oggi è molto più importante lavorare sulla diminuzione di repulsioni perché siamo una società che ha vissuto per decenni, secoli, per la soddisfazione dell’attrazione, quindi è un aspetto già in parte risolto.
• Il concetto della rinuncia?
E’ l’ultima fase di quella suddivisione in quattro cicli di 27 anni che è stata fatta della vita nella tradizione hindu. La prima fase è quella dello studente, la seconda del capo famiglia, la terza dell’abitatore delle foreste e la quarta è appunto la rinuncia. La rinuncia è un momento insostituibile nella vita dell’uomo, non può sempre essere accaparramento e accumulo, ad un certo punto si arriva alla ritrazione.
• Come si trova la felicità ?
La felicità non è altro che l’illuminazione: Ananda. Non può essere distaccata dagli altri due principi che l’accompagnano: Sat e Cit (Essere e Coscienza) ed è il punto di arrivo dello yoga
Non va confusa col nostro concetto di felicità, perché la felicità “umana” è sempre legata ad un raggiungimento esteriore, mentre Ananda è un movimento interiore, duraturo e immotivato.
• Ma è un raggiungimento che segue ad uno sforzo e ad una tensione o arriva all’improvviso?
Spesso sperimentiamo Ananda senza esserne coscienti. E’ vero anche che ci vuole un po’ d’impegno, ma non bisogna aggiungere, come per la felicità comunemente detta, bensì togliere.
• Cos’è il Karma Yoga?
E una pratica yoga che raggiunge i fini (Sat, Cit e Ananda) attraverso l’azione. Quindi non attraverso tecniche come meditazione o pranayama, ma solo agendo con distacco.
• Invece il Bhakti yoga?
Si basa sulla devozione, sull’Amore per il Divino. Shankara dice che la massima forma di Bhakti è l’Amore per la conoscenza. La devozione è fondamentale in ogni tipo di yoga.
• E lo Jnana Yoga?
E’ strettamente connesso alla tradizione Advaita, non duale, che punta al riconoscimento dell’identità tra l’uomo e il Dio Assolto, postulano che in noi vive il Jivatman l’anima individuale, che è parte del pramatman l’anima cosmica
• La differenza tra Cielo e Dio?
Nella tradizione indiana il Cielo, Swaha, è una zona fisica, ma anche psicologica, che rappresenta la parte più evoluta di sé. Cioè il cielo nell’uomo, sono le aspirazioni più spirituali, mentre il Divino è ovunque anche in quello che per noi è basso e chiamiamo inferno
• La comunicazione più efficace per avvicinare un materialista incallito ad un cammino spirituale?
Anche gli ottenimento concreti sono una forma di cammino spirituale, prima o poi ci si accorge che c’è di più. Chi soddisfa i bisogni materiali cerca Ananda, fondamentalmente. Quindi quando si accorge che attraverso la materia non la raggiunge si rivolge all’interno, allo spirito.
Anche nello hatha yoga si sentono subito i benefici. Poi ci si accorge che questi benefici non si fermano al corpo, ma lo compenetrano raggiungendo lo spirito, dandoci calma e serenità.
